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Fate il nostro gioco

locandina 4

Verità e giustizia per Attilio: sentenza di Cassazione

Ieri (18/06/15) la Suprema Corte di Cassazione ha emesso la sentenza relativa al processo relativo all’omicidio di Attilio. Riportiamo di seguito il resoconto della giornata a cura del sito della fondazione Pol.i.s (www.fondazionepolis.regione.campania.it):

La Suprema Corte di Cassazione presso la prima sezione penale del Tribunale di Roma (Presidente Cortese, dott.ssa Boni consigliere relatrice; dr Bonito, dr Sandrini, dr Rocchi. Procuratore generale Roberto Aniello) ha confermato la condanna all’ergastolo per Mario Buono, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio di Attilio Romanò, vittima innocente di camorra, ucciso il 24 gennaio 2005 in un negozio di telefonia a Capodimonte nel pieno della prima faida di Scampia. Disposto il rinvio a giudizio in Corte d’Appello per Marco Di Lauro, considerato il mandante dell’agguato. Presenti in Aula, al momento della lettura della sentenza, i familiari della vittima (la mamma Rita Carfora, la moglie Natalia Aprile, la sorella Maria Romanò), l’avvocato di parte civile della famiglia Paolo De Angelis, l’avvocato di parte civile della Regione Campania Alba Di Lascio, delegata dall’avv. Anna Gulli, Susy Cimminiello, sorella di Gianluca, anch’egli vittima innocente della criminalità, in rappresentanza del Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, Geppino Fiorenza e Tiziana Apicella, rispettivamente presidente del Comitato Scientifico e responsabile dell’Area Vittime della Fondazione Polis della Regione Campania, una delegazione di Libera, con il referente regionale del Lazio Ferdinando Marcello Secchi e alcuni volontari.

“Apprendiamo con favore la condanna definitiva all’ergastolo per l’esecutore materiale dell’omicidio Romanò e attendiamo che la giustizia completi il suo iter, ribadendo tutta la nostra vicinanza e il nostro sostegno ai familiari di Attilio “, afferma la Fondazione Polis.

Il cammmmino di verità e giustizia non è ancora concluso, dunque. Continueremo a percorrerlo insieme.

24 gennaio 2005 -24 gennaio 2015

240115

“Sembra che se la sia scelta, Attilio, la scuola da farsi intitolare”. Ha ragione tua moglie Natalìa, caro Attilio. 10 anni senza di te sono tanti, troppi. E tu hai voluto fare le cose in grande.  “IPSIA di Miano”. Non può esserci una scuola senza nome. E quella scuola un nome se lo merita. Con tutti quei ragazzi belli, puliti, creativi che si sono impegnati tanto per ricordarti. Pensa, Attilio, alcuni di loro hanno dato vita ad un’associazione che si chiama “Dignità e bellezza”. Sì, Attilio, hai capito bene: “Dignità e bellezza”. Due parole, due semi di speranza in un quartiere popolare nella periferia di Napoli. Quella speranza che hai seminato anche tu, distribuendo bellezza attraverso la poesia, la musica, il teatro. Petali di un fiore sbocciato di nuovo il 24 gennaio 2015: patchwork, video, reading, canto, muisca, danza.  Tutto orchestrato da un professore Fedele (di nome e di fatto) e da un preside che vuole essere chiamato così perché guai a chiamarlo dirigente scolastico. E poi tanti amici, Attilio, uh quanti amici! C’erano anche le tue colleghe della Wind, che ogni 8 marzo aspettano le tue mimose.  Solo tu potevi mettere insieme tanta energia e voglia di vivere. E restituire un nome a quella scuola: IPSIA “Attilio Romanò”

Verità e Giustizia per Attilio: la sentenza del processo d’appello

Napoli, 26/02/2014

“Non posso negare che quando ho appreso la notizia dell’omicidio Romano’ come cittadino ne sono rimasto sconvolto ed esprimo solidarietà alla famiglia, ma come avvocato non posso non dire che questa storia cosi assurda non deve condizionare il giudizio della corte.”

Cosi ha inizio l’ultima udienza del processo di appello e queste sono le parole con cui l’avvocato difensore di Marco Di Lauro inizia la sua arringa.
Ma facciamo un passo indietro Attilio Romano’ e’ una vittima innocente della guerra di camorra scoppiata a fine 2004 tra i Di Lauro e l’ala degli scissionisti guidata da Raffaele Amato e Cesare Pagano.
Prove: il quadro indiziario e’ granitico e poggia sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia del clan Di Lauro. Uno di loro e’ Vincenzo Lombardi che guidava lo scooter in sella al quale Mario Buono raggiunse la rivendita di telefonia mobile dove Attilio trova la morte. Poi c’e’ Carlo Capasso presente al conferimento dell’incarico omicidiario e che successivamente ha assistito alla partenza dei due esecutori. Secondo le loro dichiarazioni Marco Di Lauro (qualche giorno dopo l’arresto del fratello Cosimo Di Lauro) ha impartito l’ordine di morte per Salvatore Luise nipote del boss scissionista Rosario Pariante e Mario Buono ha eseguito la direttiva (sbagliando pero’ obiettivo e uccidendo un ragazzo innocente). Quel giorno Salvatore non era in negozio, ma era presente solo Attilio era il 24 gennaio 2005, il suo ultimo giorno.
Contraddizioni: durante le udienze di appello gli avvocati hanno più volte spiegato che Lombardi e’ scivolato su fatti rilevanti e non puo’ essere considerato un collaboratore attendibile, il più importante dei quali e’ il luogo in cui sono state fornite le direttive per l’omicidio. La difesa ha avanzato il sospetto che Lombardi abbia corretto il tiro (modificando il luogo prima un bar poi una casa) dopo aver letto sui giornali le dichiarazioni di Capasso che si era pentito prima di lui. Secondo il sostituto procuratore invece, i particolari riferiti da Lombardi combaciano con quelli riferiti da un testimone oculare che vide il killer uscire dal negozio in cui si consumo’ il delitto. Quindi le dichiarazioni di Lombardi e Capasso sono considerate inattaccabili quando accusano Mario Buono.
Nell’udienza del 5 febbraio avviene la discussione degli avvocati di parte civile (legali della Regione e del Comune di Napoli che hanno presentato una memoria difensiva nella quale sottolineano il danno arrecato all’immagine della citta’ e della Regione a causa di questo omicidio) seguita dalle conclusioni dell’avvocato della famiglia Romano’ che chiede la conferma dell’ergastolo per entrambi gli imputati.
Il 12 febbraio udienza in cui vengono ascoltati gli avvocati del collegio difensivo.
Fino ad arrivare al 26 febbraio alla sentenza di appello.
Durante tutta l’arringa l’avvocato difensore cerca di far nascere dubbi alla corte circa la colpevolezza di Marco Di Lauro, sostenendo che non esisterebbero prove del fatto che sia stato lui a commissionare l’omicidio. Si cerca di mettere in dubbio il suo ruolo come mandante.
A questo punto la corte si ritira per deliberare e durante le due ore di attesa, che sono sembrate eterne, le emozioni erano davvero intense. Maria la sorella di Attilio ammette che l’avvocato e’ stato talmente bravo da aver quasi convinto anche lei, la madre Rita aggiunge che la camorra e’ come la gramigna più la strappi e più cresce e si ramifica. 120 minuti in cui la tensione aumentava insieme alla paura di non aver giustizia. Sara’ pur vero che chiunque ha diritto a ricevere un giusto processo e soprattutto di avere una difesa adeguata, l’avvocato e’ stato davvero bravo il dubbio lo ha instillato. Credo pero’ che non si dovrebbe mai dimenticare, anche all’interno di un’aula di tribunale in cui si discute della morte di una persona la cui unica colpa e’ quella di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, la presenta dei familiari. Il dolore e’ qualcosa che non si puo’ spiegare a parole, lo si puo’ sentire ascoltando la voce rotta dall’emozione, lo si puo’ vedere negli occhi delle persone che hanno amato profondamente Attilio. Per questo dolore bisognerebbe avere maggiore rispetto.
La corte rientra confermando la sentenza del processo di primo grado, quindi entrambi gli ergastoli.
Adesso attendiamo la Cassazione, il terzo e ultimo grado di giudizio.
Nel frattempo mi auguro che Marco Di Lauro, latitante dal 2005, possa essere trovato e pagare per suoi reati. Ma soprattutto che quella gramigna possa essere sostituita presto da distese di fiori gialli, i preferiti di Attilio, e che quel colore e quel calore possa accarezzare il volto dei suoi familiari e lenire, se pur di poco, il profondo dolore.
Il lavoro nobilita l’uomo, questo lo si sente sempre ma sara’ vero? Varra’ per tutte le professioni? Io ho qualche dubbio ma di una cosa sono certa: il mio e’ un lavoro prezioso che mi porta ad accompagnare persone speciali lungo un cammino difficile, persone che riescono sempre a donarmi tanto, a donarmi il cuore anche se gravemente ferito. Questo mi nobilita e mi rende libera.

Sonia Mascellino

I colori di Attilio

Ci sono dei momenti in cui non occorrono parole per trasmettere una forte emozione.
Basta un gesto, un ricordo, una poesia, un tono di voce, un regalo da una persona che non c’è più… e subito riaffiora lì davanti ai tuoi occhi quella sensazione d’immenso che non sai spiegare. Se apri il tuo cuore, se lasci spazio al flusso delle tue emozioni, tutto inizia a scorrere in maniera più semplice e chiara.

La famiglia Romanò ha avuto la capacità di insegnarmi che la chiave per risolvere tutte le tue difficoltà è nascosta nel cuore. Mi hanno mostrato le loro emozioni, che sono servite a ricordarmi in ogni momento il colore dei loro pensieri ed i loro sentimenti che sono come un mare profondo e stabile.

Mi hanno accompagnato in un viaggio all’interno di una terra complessa, piena di contraddizioni, insomma Napoli è mille culure…..e alcuni di questi colori me li hanno mostrati.

Il blu del mare, il giallo del sole e della sabbia, il grigio dell’asfalto e dei muretti di Casal di Principe terra anche di don Peppe Diana. Poi il rosso dell’insegna di Nco (nuova cucina organizzata) dove si usano i prodotti locali provenienti dai terreni confiscati dalla criminalità organizzata. E’ anche la sede di un presidio di Libera contro la quale a San Silvestro sono stati sparati quattro colpi di arma da fuoco come intimidazione. I colori dell’arcobaleno che simboleggiano la Casa dell’impegno Civile a Parete, villa confiscata a Bidognetti che accoglie una mostra dedicata alle vittime innocenti della camorra tra cui Antonio Ciardulli, Domenico Noviello, Gennaro Falco e Attilio Romanò. Proprio a Parete Attilio aveva tanti anni fa “lasciato il cuore” perchè li aveva conosciuto la sua Natalia. Maria nel ricordare il fratello parla di emozioni forti e spesso difficili da condividere, usa la metafora della polvere “ricordare è un po come soffiare sulla polvere”. La presenza della cittadinanza unita nel ricordo serve a far sentire ai familiari un forte abbraccio, permette di pensare che i loro cari non siano morti inutilmente e che le loro idee possano continuare a vivere, a camminare insieme per sconfiggere il cancro della camorra e delle mafie. Aggiunge anche che se una noce in un sacco non fa rumore, la voce della società civile che dice di NO è molto rumorosa. Parete ha un sindaco giovane appena trentenne Raffaele Vitale che decise di abbandonare una processione, dopo che il parroco del paese si fermò sotto casa del consuocero di Bidognetti con la statua della madonna. Maria Romanò termina il suo intervento parlando di impegno è un concetto importante perchè come ricorda anche Don Luigi Ciotti “non possiamo limitarci a ricordare, per quanto il nostro dovere sia di non dimenticare. Dobbiamo trasformare la memoria in impegno, denuncia, testimonianza e cambiamento”. C’è un colore che simboleggia tutto ciò? Bene forse l’indaco che è simbolo del risveglio interiore.

Attilio era il colore giallo, solare, allegro, luminoso ed è forse per questo che era anche il suo colore preferito. Il vuoto che ha lasciato non ha un colore, ma sono certa che se potesse scegliere lui una tinta ci donerebbe il rosso simbolo di amore perchè così scriveva: “Continuerò a vivere con l’unico carburante che conosco: l’amore”.

Sonia Mascellino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Via Attilio Romanò

Al Sindaco di Napoli
Alla Commissione Toponomastica di Napoli

Egregio Sindaco,
Egregi Consiglieri,
siamo un gruppo di giovani adulti di Torino che da anni, all’interno della rete dell’associazione “Libera – Associazioni Nomi e Numeri contro le Mafie” si impegna e si forma. Nell’aprile del 2008 abbiamo dato vita ad un presidio dedicato ad Attilio Romanò, vittima innocente di camorra, ucciso il 24 gennaio 2005. Memoria ed impegno sono le due anime simbiotiche dell’azione di Libera: sono l’una l’essenza dell’altro. Dedicare un presidio ad una vittima innocente non è un’etichetta di retorica commemorativa, ma una scelta importante di cui avvertiamo la responsabilità. Per questo proviamo a presidiare il nostro territorio per contribuire a renderlo più bello e più giusto. Per questo proviamo a stare accanto, nonostante la distanza geografica ed i nostri limiti, alla famiglia di Attilio: Maria, Natalìa, Rita. Attraverso di loro abbiamo imparato a conoscere Attilio ed il suo straordinario, contagioso amore per la vita. La loro composta dignità ci ricorda quotidianamente l’assurdità della sua uccisione.
Via Napoli-Capodimonte. E’ la via dove Attilio coltivava uno dei suoi sogni: il negozio aperto da poco su cui tanto aveva investito. E’ la via dove i suoi sogni sono stati spezzati.
Via Attilio Romanò. Suona decisamente meglio. Non siamo degli ingenui e sappiamo che non basta cambiare il nome di una via o di una piazza per restituire Attilio ai suoi cari né tanto meno a sconfiggere la camorra. Ma sappiamo anche che i segni sono importanti. Una città che accetta di cambiare la propria toponomastica per ricordare Attilio offre un segno di prossimità alla sua famiglia, ma non solo. Sarebbe un messaggio importante a tutta la comunità cittadina, per alimentare quella memoria che costruisce consapevolezza ed impegno.

“VIA ATTILIO ROMANO’
30 marzo 1975 – 24 gennaio 2005
Vittima innocente di camorra”

Noi ci crediamo e abbiamo fiducia in voi.

In fede,
Il presidio “Attilio Romanò”:
Chiara Baino
Susanna Bruno
Micol Cosentino
Pierluca Ditano
Stella Di Vincenzo
Graziella Fallo
Simone Marchiori
Sonia Mascellino
Giorgio Moro
Silvia Raiteri
Alessandro Risi
Andrea Vacirca

Un’aula per Attilio

Il 12 settembre giorno del mio onomastico ho ricevuto l’ invito da parte del dirigente scolastico dell’ I.C.19° Russo-Montale a partecipare alla cerimonia di intitolazione dell’ Aula Magna della scuola, alla memoria di Attilio. Per me è stato il regalo più bello che potessi avere ed è stata una grande gioia il fatto che tale iniziativa sia nata spontaneamente in una scuola dove, circa un anno fa, nell’ ambito di un progetto sulla legalità, ho incontrato gli alunni e raccontato loro la storia di Attilio!

Oggi 17 settembre alla presenza del Sindaco di Napoli Luigi De Magistris del Magistrato Raffaele Cantone dei Presidenti della II e III Municipalità Francesco Chirico e Giuliana Di Sarno e della Dirigente Scolastica Daniela Salzano si è svolta la cerimonia di intitolazione preceduta da una visita dell’ edificio scolastico.

E’ stata una mattinata ricca di emozioni! Abbiamo ricevuto una calorosissima accoglienza dalla dirigente, una persona dolce e sensibile che ci ha accompagnato in una visita accurata dell’ istituto, un ex convento di clausura nel cuore della città. Immaginavo quanto Attilio, amante della sua Napoli, sarebbe stato felice nel vedere quelle antiche sale raccontare la loro storia, quanto si sarebbe incantato di fronte al panorama del golfo dall’ alto del terrazzo della scuola o ancora stupito dal suono di antiche campane fatte scoccare dalla mano timida di un bambino!

I bambini, i loro volti, il loro entusiasmo, la loro spontaneità nel fare domande semplici quanto intriganti mi arricchiscono ogni volta che ho il piacere di incontrarli. Hanno cantato per noi, fatto il girotondo ed offerto caramelle.

Poi ci siamo recati nell’aula dove è stata scoperta la targa e dove ognuno dei partecipanti ha espresso un pensiero sull’ iniziativa e sull’ importanza di momenti come questo. Inoltre sia il sindaco che il magistrato Cantone hanno posto l’attenzione su quanto sia importante fare le scelte giuste già a questa età e su quanto sia importante fare ognuno la nostra parte con onestà e professionalità! De Magistris ha concluso ricordando un pensiero di Attilio letto su uno dei segnalibri omaggio donato da noi ai partecipanti :…continuerò a vivere con l’ unico carburante che conosco:l’ Amore!

Maria Romanò

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/sociale/2012/17-settembre-2012/napoli-arrivano-aule-legalitacantone-de-magistris-taglio-nastro-2111857751654.shtml

http://www.ansa.it/legalita/rubriche/educare/2012/09/17/LEGALITA-AULE-DEDICATE-SIANI-ROMANO-SCUOLA-RIONE-SANITA-_7487860.html

Ignazio Cutrò: un siciliano coraggioso

« Io ho una certa pratica del mondo e di quella che diciamo l’umanità e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…». Così scriveva Leonardo Sciascia nel romanzo “Il giorno della civetta” e nella sua Sicilia che lui descrive così bene, vive Ignazio Cutro’ che se fosse stato un personaggio di un suo romanzo sarebbe stato inserito nella categoria degli UOMINI, persone dotate di una percezione della realtà fuori dal comune. Tale percezione spesso deriva dalla loro capacità di comprendere e capire ciò che va oltre i sensi animaleschi dell’essere umano. Vedere oltre gli occhi, sentire oltre l’udito.
Cutrò, imprenditore siciliano è stato sottoposto, assieme alla famiglia, ad un programma speciale di protezione per aver denunciato i suoi estorsori, è entrato nel “vortice” della Giustizia quando gli inquirenti, intercettando alcune telefonate, scoprono che è costretto a sottostare allo scacco mafioso. Da lì la proposta di partecipare alle indagini, ma in assoluto segreto: nessuno saprà che lui sta parlando con gli inquirenti. Poco dopo c’è una fuga di notizie e la sua testimonianza diventa di pubblico dominio. Anche durante il successivo dibattimento, per paura delle ritorsioni, Ignazio nega alcuni aspetti, arrivando perfino ad essere indagato per falsa testimonianza. E’ lì che decide di abbandonare ogni cautela e di raccontare tutto, sia delle vessazioni mafiose, sia della vicenda giudiziaria che lo vede protagonista. Ignazio rimane solo ed isolato, il lavoro si dilegua, non riceve più commesse dai privati né tantomeno dal pubblico. La sua sicurezza oscilla dall’auto di scorta blindata con due uomini armati ad una semplice utilitaria di “latta”. Il primo attentato risale alla sera del 10 ottobre 1999 quando gli fu bruciata una pala meccanica in contrada Canfutino a Bivona (Ag) e Cutrò presentò la prima denuncia contro ignoti. Da quel momento è un susseguirsi di minacce e intimidazioni, fino al 2006 quando Cutrò decide di diventare un testimone di giustizia, denunciando i suoi estorsori. Grazie alla sua testimonianza è partito ad Agrigento uno dei più grossi processi a cosa nostra, “Face Off” nel quale vengono arrestati i fratelli Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto e che porta nel gennaio 2011 ad un totale di 66 anni e mezzo di carcere. Tutto questo, condiziona però l’attività imprenditoriale di Cutrò, che non riceve più commesse. Il Confidi, il consorzio di garanzia collettiva dei fidi della Confindustria, che svolge attività di prestazione di garanzie per agevolare le imprese nell’accesso ai finanziamenti, nega la propria garanzia presso il Banco di Sicilia ad Ignazio, ridotto sul lastrico proprio a causa delle sue denunce antiracket. Citando quel diniego, il Banco di Sicilia a sua volta nega l’accesso al credito ad Ignazio, condannandolo al fallimento e addirittura al rischio di perdere anche la sua abitazione. A tutto ciò si aggiunge quella voce insistente quanto purtroppo attendibile, che ai piani alti della cosca abbiano già decretato l’omicidio di Ignazio. Nel giugno 2012, grazie all’intervento della Regione Siciliana riprende la propria attività imprenditoriale, ottenendo un contratto con il Consorzio per le Autostrade Siciliane. Ignazio Cutrò, l’imprenditore di Bivona che ha denunciato e fatto condannare gli estorsori mafiosi, autori degli attentati che tra il 1999 e il 2006 avevano danneggiato i mezzi della sua impresa edile, torna a lavorare. La commessa riguarda un lavoro di manutenzione e messa in sicurezza delle cabine elettriche che alimentano le gallerie di Petraro e Baglio sull’autostrada Palermo-Messina. E’ una vera e propria vittoria riportata dalla società civile nella guerra contro Cosa Nostra. La rinascita di un’azienda che dopo aver fronteggiato la mafia stava combattendo anche contro la burocrazia per ottenere il Durc e’, infatti, un segnale preciso alla criminalità organizzata. L’impresa di Cutrò, a causa dei danneggiamenti, aveva perso il 40% dei mezzi e tutti i lavori, non riuscendo più a pagare i contributi previdenziali e i tributi, fino ad accumulare una cartella esattoriale di 126 mila euro. Una situazione che gli impediva di ottenere il Durc e di partecipare ai bandi per le commesse pubbliche. L’odissea si e’ conclusa grazie all’intervento della Regione, che ha coperto parte del debito.“Grazie alla Regione siciliana, aveva detto l’imprenditore agrigentino in occasione della firma del contratto con il Cas, si apre un’era nuova per i testimoni di giustizia. Per la prima volta, si riesce a far rinascere un’azienda che era stata messa in ginocchio dalla mafia e a dare agli imprenditori che denunciano un forte segnale che le istituzioni sono al loro fianco. Come lui stesso dice: “Oggi non ha vinto Ignazio Cutrò. Hanno vinto i siciliani onesti che ogni giorno combattono contro l’illegalita’ e la mafia. Io e la mia famiglia abbiamo fatto la scelta di restare nella nostra terra. E’ una questione di dignità, la nostra terra va difesa”. Il 19 aprile è stato presentato lo sportello tematico antiracket e antiusura. “L’unione fa la forza e, se riusciamo a stare uniti, possiamo fare qualcosa di buono a vantaggio della nostra terra e a svantaggio della criminalità organizzata”.
La sua storia, aggiornata fino agli ultimissimi sviluppi, sarà raccontata in un libro dal titolo eloquente: “In culo alla mafia. Non cedere alla malavita si può”, edito da Aliberti, che sarà in tutte le librerie a Novembre. Il volume è scritto a quattro mani da Cutrò stesso e dal giornalista e scrittore siciliano Benny Calasanzio Borsellino. Il libro conterrà tutta la sua storia con alcuni stralci inediti, soprattutto sul versante delle indagini a cui ha contribuito in modo decisivo. “Sono felice di poter confermare la pubblicazione di questo libro che avrei sempre voluto scrivere, ma che aspettavo di poter chiudere con un lieto fine, che nel mio caso non poteva che essere il mio ritorno a fare l’imprenditore” ha detto Cutrò. Come ripete sempre lui, “quando attraverserò lo Stretto per lasciare la Sicilia non sarò io ad aver perso, ma lo Stato”.
La sua storia dimostra che non è vero che “La megghiu parola è chidda ca un si dici” ma che si può anzi si deve denunciare, per poter andare avanti a testa alta e con la schiena dritta. Ignazio ha avuto un coraggio doppio oltre a denunciare ha deciso di rimanere e lottare nella e per la sua terra, conoscere la sua storia deve servire a far si che i testimoni di giustizia non siano ombre nel buio e a testimoniare che è possibile vincere questa battaglia e sconfiggere i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà.

Sonia Mascellino

Giustizia per Attilio: sentenza di primo grado

La Terza Corte di Assise ha condannato oggi all’ergastolo Mario Buono e Marco Di Lauro per l’omicidio di Attilio Romanò, vittima innocente della faida di Scampia, ucciso il 24 gennaio 2005.

Assolto invece Cosimo Di Lauro per non aver commesso il fatto.

La sentenza ha disposto il rinvio del risarcimento dei danni in sede civile, prevedendo una provvisionale di 100 mila euro per i familiari della vittima e di 20 mila euro per la Regione Campania, parte civile nel processo.

Accanto alla Famiglia, la Fondazione Pol.i.s., il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità e l’associazione Libera.

Per Rita e Maria Romanò, la mamma e la sorella di Attilio, che hanno seguito l’iter giudiziario con grande forza e coraggio, si è giunti oggi ad un primo risultato. Dopo sette lunghi anni finalmente chi ha deciso di farsi giustizia attraverso l’arma della vendetta e della faida uccidendo un innocente è stato inchiodato alle proprie responsabilità. La verità processuale che è anche verità etica è stata consegnata alla famiglia.

Un percorso lungo, ma non ancora terminato. Assolto per non aver commesso il fatto Cosimo Di Lauro, il capo clan. L’uomo della guerra di Scampia. L’uomo delle decisioni.

Altra strada c’è da percorrere per Attilio e per tutte le vittime innocenti delle mafie e della criminalità e, come il “giovane gigante buono” scriveva in una sua poesia, solo “con lo sguardo deciso vivrà il cammino”.

T.A.

Giustizia per Attilio: undicesima udienza

Ringraziamo Tiziana Apicella (Libera Campania, Fondazione Polis) per la preziosa testimonianza.

Napoli, 23 aprile 2012

Oggi, presso la Terza Corte di Assise di Appello del Tribunale di Napoli, il Pubblico Ministero Stefania Castaldi ha delineato con estrema chiarezza e lucidità il quadro probatorio della vicenda che nel gennaio 2005, nel mezzo della faida di Scampia, ha determinato la morte di Attilio Romanò che con i Di Lauro e con gli scissionisti non aveva nulla a che spartire.
Presidente Carlo Spagna e giudice a latere Salvatore Dovere.

Attilio Romanò, 29 anni, incensurato, è stato ucciso il 24 gennaio 2005 in un negozio di telefonia a Capodimonte, dove lavorava come esperto di informatica. Il vero obiettivo dell’agguato era il co-gestore del negozio, Salvatore Luise, nipote del boss Salvatore Pariante, legato al clan degli scissionisti.

Il Pubblico Ministero si sofferma innanzitutto su Attilio, sottolineando come questo processo spieghi come un innocente possa morire e come sia responsabilità etica di chi procede dover rispondere al bisogno di verità e giustizia dei parenti delle vittime.

Sottolinea ancora come ci sia stato un vuoto di attenzione sia da parte della società civile che delle forze investigative e della stessa procura, se si pensa al fatto che solo nel 2002 si è avuto il primo ordine di cattura per Paolo Di Lauro – il capo clan (al quale poi succede il figlio Cosimo) – che è stato ospite fin dagli anni 70′ presso la residenza del clan legato a Cosa Nostra dei Nuvoletta, dedicandosi ai più eterogenei traffici illeciti. Un vuoto culturale e investigativo che avrebbe creato una vera e propria guerra etnica che ha determinato, durante la faida, l’omicidio di 74 persone, violenza efferata e incendi di case.

Ed è proprio in questo periodo che rimangono uccise persone che con la camorra non c’entrano niente. Vittime innocenti.

Il PM Stefania Castaldi sottolinea come i Pariante vivessero con i proventi del clan. Sulla strada del negozio di telefonia c’erano una serie di negozi appartenenti a questa famiglia, affiliata inizialmente al clan Di Lauro e poi passata agli scissionisti. Al civico 24 era sito il negozio di Luise Salvatore, la vittima predestinata perché nipote del boss Salvatore Pariante.
Attilio lavorava in quel negozio. Dalle parole di Luise Salvatore si capisce bene perché Attilio si trovasse lì quel giorno: “Attilio Romanò era un bravissimo ragazzo, molto bravo in informatica per questo gli avevo chiesto di lavorare per me al negozio”. Attilio dal canto suo, afferma con forza il Pubblico Ministero, era un ragazzo che credeva in una Napoli diversa, fatta di persone oneste perché lui era una ragazzo onesto, dalla grande sensibilità e intelligenza.

Il Pubblico Ministero si sofferma, subito dopo, sulla strutturazione del clan Di Lauro, evidenziando una struttura estremamente gerarchizzata e compartimentata, un’organizzazione di tipo terroristico capace attraverso le scelte del direttorio di influenzare la vita di un intero territorio.
Difatti alla domanda fatta a tutti i collaboratori di giustizia orientata a comprendere da chi fosse partito l’ordine affinché si compisse quel delitto a Capodimonte, tutti rimangono stupiti. L’unico a dare ordini era lui, Cosimo Di Lauro. Il fratello Marco subentrò quale capo all’ arresto di Cosimo..

Lombardi, appartenente al gruppo di fuoco dei Di Lauro, ha avuto così l’incarico di organizzare l’omicidio di Salvatore Luise da Ciro Maisto, altro uomo del clan, che ha ricevuto per tramite di Marco Di Lauro, l’ordine di Cosimo Di Lauro. La strategia di Cosimo Di Lauro era quella di fare terra bruciata. Uccidere tutti quelli che erano passati dall’altro lato e bruciare le case abbandonate dagli scissionisti.
Gli appartenenti al clan si vedevano in un appartamento alle spalle del bar Rispoli di Secondigliano, base decisionale e operativa del clan, e lì si stabiliva il da farsi. È in quell’occasione che si fa riferimento ad un bigliettino in cui ci sono una serie di nomi di persone da eliminare. Bigliettino predisposto da Cosimo Di Lauro che sarà visto, secondo le testimonianze, solo da Carmine Capasso, altro uomo del gruppo di fuoco.

A quel punto le persone che dovevano compiere l’omicidio erano stabilite, si tratta di Mario Buono, esecutore materiale e Vincenzo Lombardi autista del motorino .“Pino Pino” nella persona di Giuseppe Valerio sembra essere colui che compì il sopralluogo per accertarsi della presenza del Luise nel negozio dal momento che era l’ unico a conoscerne il volto.

I due killer (Buono e Lombardi) fermi al civico 22 per un sopralluogo volto ad accertare la presenza di telecamere, dal momento che di fronte al negozio era presente una banca, vennero riconosciuti anche da una volante della Polizia che stava pattugliando quella strada, ma che non poté fermarsi a causa del flusso di traffico presente sulla strada.
Ma tra il primo sopralluogo e l’azione omicida accade qualcosa. Luise si allontanò, si recò presso l’altro negozietto che stava aprendo e al civico 24 rimase solo Attilio. Mario Buono non conoscendo il volto del suo obiettivo, sparò sull’unica persona presente nel negozio, Attilio Romanò. Quando la pattuglia riuscì a tornare indietro era ormai troppo tardi.

Solo 15 minuti di tempo da un sopralluogo all’altro e si compie l’irreparabile. Si colpisce un giovane ragazzo che con il mondo del clan, delle faide, del sangue e delle vendette non c’entra niente.
Tutta la dinamica ripercorsa passo dopo passo dal Pubblico Ministero è finalizzata a dimostrare il concorso di più persone nell’omicidio Romanò.
Nel clan Di Lauro c’era spazio di autonomia decisionale. Così il pubblico Ministero, così come l’avvocato della Regione Campania, l’avvocato Ferrari, e l’avvocato del comune di Napoli, avv. Speranza, costituitesi parte civile nel processo, sottolineano la penale responsabilità dei due fratelli: Cosimo e Marco Di Lauro, escludendo la possibilità di violare il principio costituzionale della personale responsabilità della pena.
Il Pubblico Ministero vuole consegnare la verità processuale alla famiglia Romanò che è anche verità etica ed è per questo che chiede l’ergastolo per Cosimo e Marco Di lauro e per il killer Mario Buono per concorso di responsabilità.

L’avvocato De Angelis, legale rappresentante della famiglia Romanò,(a costituirsi parte civile nel processo la sorella Maria, la mamma Rita e la giovane moglie di Attilio Natalia Aprile), nel prendere la parola riporta le parole di Rita, la mamma di Attilio: “ Io sono qui con fatica, ma non posso abbandonare mio figlio. Lui avrebbe fatto la stessa cosa per me”.

Attilio, sposato da pochissimi mesi, era chiamato “Il gigante buono”, aveva un grande senso della giustizia e della legalità. La perdita di Attilio è stata per tutti una tragedia, un dolore infinito, ma ciononostante la famiglia non ha perso la fiducia nella verità e nella giustizia. Il caso inizialmente archiviato è stato riaperto da circa un anno e mezzo perché alcuni collaboratori hanno permesso di fare luce sulla vicenda. Dall’omicidio di Attilio sono passati 7 anni e finalmente ora si è giunti all’accertamento della verità processuale. Oggi si sa chi furono i mandanti e chi fu l’esecutore materiale del delitto.
L’avvocato De Angelis chiede, così come il Pubblico Ministero, tre ergastoli.

Presenti al processo, come ad ogni udienza, la sorella di Attilio e la Mamma Rita. Al loro fianco il coordinamento dei familiari delle vittime innocenti e la Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania.

In Maria e in Rita c’è una grande forza. In loro, sicuramente un turbamento implacabile e una ferita mai rimarginata, ma è chiaro ed evidente per chi le guarda con attenzione e con affetto, che nei loro occhi, nella loro determinazione in vista della giustizia, c’è una fonte inconfondibile che alimenta le loro vite, lo stesso carburante che ha alimentato la vita di Attilio, così come dice in una lettera che ha lasciato: “continuerò a vivere con l’unico carburante che conosco: l’ Amore!”.

Il 30 aprile presso il tribunale di Napoli saranno gli avvocati degli imputati a discutere. La sentenza di primo grado è prevista per il 2 maggio.

Tiziana Apicella